Esperimento del mutamento [30 giorni senza Instagram::giorno 15]

Hey!
Evvai finalmente un post un pò diverso, un pò vecchio, un pò nuovo, un pò pop, un pò porno.
Ma prima mi faccio la doccia. Godetevi lo spot pubblicitario.

Oh, è veramente una sensazione meravigliosa quella di farsi la doccia con l’acqua gelida in queste giornate di Giugno che sanno tanto di de Chirico. Soprattutto perché, devo ammetterlo, questi non sono giorni nientaffatto semplici: sto affrontando tutta una serie di major shifts e sto cercando di sopravvivere a me stesso. Sono contento di aver capito, però, che non c’è nessun bisogno di abbandonare questo spazio e che anzi, il fatto che questa montagna sia anche il luogo dove conduco i miei esperimenti e le mie approssimazioni faccia di esso il mio luogo perfetto.

Doccia gelata a Giugno: ed è subito De Chirico. I feel a fable (mi sento una favola).

Gli ultimi 3 anni della mia vita sono stati una vera e propria inversione ad U. Il 2015 invece, almeno all’inizio, è stata una lunga rotonda in provincia. E adesso siamo qua, in un momento veramente dechirichiano, a fare un esperimento che voglio condividere con voi, soprattutto perché noto che quando si fanno gli esperimenti bisogna annotare qualcosa, bisogna prendere degli appunti, non è qualcosa che si può fare e pretendere che funzioni al mille per mille, anche gli esperimenti, come l’amore, hanno delle sfumature. Se vi siete presi la briga di leggere il titolo del post, saprete a questo punto che sto facendo spazio anche nel mio mondo digitale (negli ultimi tre anni ho sposato la filosofia del minimalismo in modo sempre più radicale e consapevole). D’altronde, a quanto pare, tale riflessione andava a colpire anche il blog. Ed invece, alla fine, il primo risultato dell’esperimento è stato farmi comprendere che l’unico vero luogo da salvaguardare è proprio questo ermo colle.
Insomma su però, andiamo con un pò d’ordine: la mia dieta dai social è iniziata il 1 giugno ed oggi siamo esattamente al giorno 15. Era un sabato ed anche oggi è un sabato. Indossavo un asciugamano al posto dei pantaloni, oggi invece sono nudo. Anche se nel titolo faccio riferimento solo ad Instagram, in verità la mia dieta è un vero e proprio cold turkey: ho creato un manifesto in cui bandisco Netflix, telegram e whatsapp (con le dovute restrizioni. Se anche voi decidete di fare questa cosa dovete riflettere in modo onesto e consapevole su quali sono le regole della vostra dieta social) ed ho proceduto all’eliminazione totale dei miei account Twitter e Facebook (brrrr). Se faccio riferimento soprattutto ad Instagram è solo perché è il mio social per eccellenza e perché è in effetti quello che mi ha spinto a riflettere ancora più profondamente sul rapporto che c’è tra identità reale ed identità digitale; ma anche perché su instagram ci pubblico i fumetti, che per me sono vitali. Da un certo punto in poi mi sono reso conto che fare i fumetti per Instagram, o creare arte instagram-oriented ha una sua utilità, ma ha anche i suoi svantaggi (soprattutto adesso che mi sono messo a fare le forme con la plastilina come i bambini). A lungo andare infatti, il rischio è che più che arte si finisce per abituarsi al fatto di creare “contenuti” (una parola veramente brutta). Comunque insomma non è sempre vero: io personalmente do molto valore alle creazioni che sottopongo alle persone. Anche quando ho lavorato in questo laboratorio, l’ho fatto soprattutto per connettermi alla dimensione della creazione, per vivere la bellezza del processo, più che del prodotto. Ma purtroppo so con certezza di non essere l’unico a fare la cacca e scrollare Instagram. Parliamone: ci sono fumetti che non mi prendo nemmeno la briga di leggere. Per non parlare delle foto. Rimane comunque vero che questo riguarda soprattutto la mia esperienza da fruitore e non da creatore. Ma il dubbio mi rimane: non è che ci stiamo tutti quanti mettendo la massima importanza, ma poi nessuno s’interessa sul serio di quello che gli altri fanno? Sto trovando delle risposte a questa domanda, ma non sono ancora chiare al cento per cento. Vedremo che succederà alla fine dei 30 giorni quando dovrò reintrodure alcuni social e decidere in che modo utilizzarli.
Intanto parrebbe che Instagram sia divenuto un luogo un pò mindless, un pò come andare al bar. Ho sempre avuto un rapporto particolare tanto coi bar quanto con i social, soprattutto perché io il web l’ho usato sin da bambino e mi rompeva il cazzo che la gente fosse venuta a stanarmi anche in questo magico luogo, mi pareva la fine del paradiso il fatto che internet si fosse trasformato in un luogo istituzionale, invece di quel mare di pirati ed anarchici che era all’inizio. Quindi diciamo la verità, non ho avuto difficoltà ad eliminare né facebook né twitter (che praticamente non usavo). Ma per instagram è stato diverso, anche perché ci sono alcuni profili che mi piace effettivamente seguire e soprattutto perché non so se riuscirei ad eliminare di punto in bianco quasi un anno di creazioni. Infatti, non ho eliminato Instagram, ma ne ho solo sospeso l’utilizzo per 30 giorni.

La cosa più importante che ho compreso è che il luogo più complesso da gestire, per me, è la messagistica, cioè whatsapp e telegram, questo soprattutto perché secondo le parole di Cal Newport “friendship doesn’t require Facebook “likes”, but if you’re below a certain age, it does seem require texting. To shirk your duty to be on the “on call” in this way would be a serious abdication.”. Ed infatti, è proprio questo essere “on the call” ad essere il maggior problema per una personalità come la mia. Ricordo di essermi opposto fino all’ultimo all’uso di uno smartphone e mi pare di aver ceduto nel 2013/2014, quindi, tutto sommato, piuttosto tardi. Il fatto di sapere di poter essere contattato in qualunque momento occupa in modo significativo alcune parti del mio cervello, che da quando sono nel bel mezzo di questo esperimento, si sono come liberate. O forse mi si è solo svuotato il cervello a furia di piangere. Non saprei, ma mi pare di essere uscito a rivedere le stelle. Soprattutto perché ho compreso che alla fine di questi trenta giorni dovrò stabilire un rapporto più consapevole nei confronti della tecnologia poiché l’essere perennemento connesso, anche solo a livello metaforico, al mondo delle persone, è per me un’attività poco utile: amo avere conversazioni dal vivo, adoro viaggiare, passeggiare, fare sport e stare insieme alle persone che mi fanno stare bene. Mi sono stufato della tribalità del mondo digitale.

Non so bene che ne sarà di Instagram (dovrei proprio trovare una persona che mi ama prima o poi visto che ne sto parlando come fosse un amante), ancora non comprendo se farà ancora parte della mia vita o meno, ma mi pare di capire che il mio progetto poetico e fotografico fomoind si sia ufficialmente estinto, che non vuol dire che è finito, vuol dire solo che è terminato. Sono letteralmente ad un punto di svolta della mia esistenza e mi sembra di capire che i prossimi mesi saranno particolarmente rivoluzionari (o merda no di nuovo), certe cose terminano e va bene così. Non sono solo i progetti e le ragioni artistiche a terminare e cambiare, ma anche la mia relazione con alcune persone e SOPRATTUTTO con alcuni gruppi whatsapp. Questo è il punto più importante e che invece non viene quasi mai affrontato quando si parla di Digital Minimalism: il mondo della messagistica si è lentamente trasformato in un facebook più intimo, una sorta di geografia virtuale all’interno della quale ci sono tanti piccoli luoghi diversi in cui nel corso della giornata ti dirigi: c’è il gruppo degli amici delle superiori, quello dell’università, quello del tuo vero gruppo di amici, quello del collettivo politico, quello dello yoga, il gruppo delle ricette a base di merluzzo, quello dei nerd, quello della pallacanestro e poi ci sono tutti quei gruppi ibridi e particolari, che hanno come unico obiettivo quello di scaricarti la memoria del cellulare. Quasi tutti sono in definitiva inutili (ho un gruppo di casting in cui nessuno parla, ma ogni mattina qualcuno invia immagini di conigli con il buongiorno, no così per dire). Nella vita vera queste cose non succedono. Io non mi presento a casa vostra alle sette del mattino, mentre state prendendo il caffè ed odiando la realidad, con un coniglio in mano urlando buongiornissimo!11! .Ma vi ricordate com’era bello lasciarsi alle spalle tutte le persone che vi avevano reso la vita un inferno durante un particolare periodo della vita? Vogliamo veramente permettergli di avere una voce nelle nostre vite su base quotidiana? Siamo veramente in grado di stabilire un rapporto “intimo” con così tante persone diverse?
Io, per conto mio, devo ammetterlo: negli ultimi tre anni ho proceduto ad un progressivo allontamento di alcune persone, volontario e assolutamente riflettuto da parte mia, cioè loro pensano che io non abbia tempo, ma la verità è che ho proprio scritto i loro nomi su un foglio e poi mi sono tagliato le vene e ho lasciato scorrere il sangue fino a perdere i sensi; ma loro pensano che io sia impegnato. Adesso mi rendo conto in modo ancora più profondo, grazie a questo esperimento, che non posso rimanere all’interno di alcuni gruppi whatsapp solo per pigrizia o per paura di apparire scontroso; non ha alcun senso trascinarsi dietro sensazioni e persone che non rispondono più alla mia visione delle cose e con le quali non converso quasi mai dal vivo (di alcuni non so manco il cognome, su). Mi ci sono voluti tre anni ed un esperimento radicale per giungere a questa conclusione. Ma tant’è. Sono certo che i prossimi quindici giorni saranno fondamentali almeno quanto questi primi quindici, poiché il vero momento di consapevolezza arriverà quando dovrò scegliere che tipo di rapporto instaurare con le applicazioni che deciderò di avere sul mio cellulare. Sto persino valutando di comprare un bel caro vecchio nokia 3310.

Disegnini notturni @terrazzino :: S P L I T

Insomma, amici, non so a che punto della vostra vita siate e non so nemmeno se esistete per davvero, ma posso dirvi che vale la pena provare a fare i Thoreau 2.0 e prendersi la briga di capire che tipo di relazione avere con i nostri schermi. Soprattutto se siete persone particolarmente socievoli, com’è il mio caso. Il rischio è che possiate trovarvi a condividere casa con un homeless solo perché siete stati troppo gentili. Giuro. Sarà anche una cosa meravigliosa, ma non potete salvare tutti quanti, soprattutto se certi giorni vi scordate persino come si cammina.
Se volete maggiori informazioni sul tema, capire perché e come procedere nel vostro declutter digitale, vi consiglio di leggere Digital Minimalism di Cal Newport. Anche se sapevo di dover far questa roba già da solo e se avevo già un rapporto profondo con il minimalismo, aver letto questo libro mi ha letteralmente aperto gli occhi. Adoro il fatto che nel mondo ci siano persone così pacate ed ordinate e riflessive e goodfeeling come Cal Newport. Lunga vita a Cal Newport e a voi.
Al prossimo aggiornamento,

Twaat.

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Il bisogno madrileno

Era seduto al bar, incomprensibile come sempre.
Tirso de Molina si faceva lucidare dagli stessi getti d’acqua silenziosi che avevano accompagnato le mie camminate domenicali quando vissi per la prima volta in quella piazza, qualche anno prima.

Madrid non era cambiata affatto: si avvinghiava su se stessa come una liana lanciata dal paradiso, oscillante e verde, pronta a salvarmi dalle bugie della mia esistenza deresponsabilizzata.
Madrid no, non era cambiata, ma erano diversi i tempi e diverso ero io. Persino Juan era cambiato.

Era ancora più grasso, più vecchio, la sua barba più bianca, più lunga e più curata. il suo fascino era divenuto così prorompente che per un secondo mi sentii sul punto di piangere: era più bello di quando eravamo stati assieme! Molta di quella sicurezza magnetica e virile che adesso ostentava con naturalezza, mi venne da pensare, l’aveva rubata a me, ma era il bambino ferito a parlare. Lo stesso che si guardava indietro e si giudicava invincibile, che vedeva il passato come un’immensa scia di vittorie quando invece ero io quello che doveva soffrire da cani e che doveva fare tutto il lavoro vero. Ero io che vivevo la consapevolezza dei miei successi e dei miei fallimenti, ero io a dover ostentare un coraggio che non avevo.

Una cosa, però, era rimasta fastidiosamente uguale a se stessa e cioè il modo in cui fumava la sua sigaretta girata male: allargava quelle sue naricione e dagli occhi lo potevi capire subito che avrebbe voluto smettere, ma che ormai era troppo tardi, non ci sarebbe mai riuscito. Di nuovo, mentre sostavo all’angolo tra la piazza e Calle Jesús y María, mi sentii sul punto di piangere da quanto era bello. Mi dovetti fermare un attimo ad assaporare tutta la sua bellezza, sentivo i ricordi non troppo remoti affacciarsi con forza tra le mie gambe. Fu allora che sentii l’urgenza di pisciargli in faccia. L’osservai per un’infinità di tempo mentre gozzovigliava assieme a tre amici e a quello che era senza ombra di dubbio il suo nuovo ragazzo.
La parte di me che non sapeva perdere urlava toy boy da tutti i pori e m’impediva di pensare razionalmente. Un’altra parte, invece, sapeva che quel ragazzo era capace di dargli ciò di cui aveva bisogno.
Di nuovo il pensiero del bisogno, mi fece ripensare al mio bisogno e al bisogno che avevo di riversargli il mio bisogno addosso. Ero ormai vittima di un cortocircuito.
Fuori controllo, le diverse parti che componevano il mio io in quella soffice domenica di Luglio, iniziarono ad allearsi e ad urlare con forza, mi spingevano in modo terribilmente semplice a pisciargli in faccia. Non è difficile mi dicevo, ci potrei scrivere un racconto sopra, ripeteva un’altra parte di me. E’ una cosa cool in fondo, se lo merita, alla fine tanto qua non mi conosce nessuno, lo faccio, è semplice, si può fare, lo farò, lo sto per fare, magari mi arrestassero: tutte le mie voci si erano ormai coalizzate.
Per qualche istante provai il brivido di chi sapeva che di lì a poco avrebbe dato sfogo a quel bisogno. La cosa iniziò a sembrare reale, possibile. Di nuovo Madrid avrebbe fatto un miracolo?, avrebbe trascinato fuori dalle sabbie mobili del mio inconscio la possibilità dell’incredibile?, Mi avrebbe spinto ad essere sconsiderato, finalmente, di nuovo?, Ti prego Madrid, fa il miracolo.

Scambiai un’occhiata d’intesa con un cameriere che correva tra i tavoli di una delle numerose cervecerie della piazza, fui certo allora che aveva capito, fui certo allora di essere tornato a Madrid, così cominciai a sbottonarmi i pantaloni.

Sentii l’urgenza scorrermi dentro, non ero capace di pensare al dopo, ormai il dopo aveva cominciato di nuovo a smettere di essere un problema.
La piazza ammutolì.
Giunto al suo tavolo, fuori controllo tirai fuori l’uccello: mi riconobbe subito. Incredulo, compiaciuto, shockato, paralizzato sentì il mio piscio arrivargli sul volto e poi assestarsi sui suoi pantaloni di velluto scuri. Tutti gli altri componenti della combriccola si alzarono di scatto tirando indietro le sedie. Tio, ostia, coño, pero: nulla m’impedì d’esaurire tutte le mie scorte su di lui e solo su di lui, che pure decise di non sottrarsi a quello che agli altri sembrò essere un ingiusto supplizio. Il suo toy boy si rifugiò lontanissimo o forse scappò via per le stradine di Lavapiés urlando e smanacciando. Gli altri amici, mi sembrò di capire, pensarono che in fondo la vita di Juan riservava sempre qualche sorpresa.

Ci guardammo negli occhi.

Juan capì quanto amore avevo messo in quella pisciata, quanta responsabilità risiedeva nella mia follia, quanta arte avremmo potuto condividere assieme, quante volte avremmo potuto continuare a disinnamoraci e ad innamorarci di nuovo.
Dopo essermi riabbottonato i pantaloni, nel silenzio di Tirso de Molina, mi allontanai senza dire nulla. Mentre divenivo da lontano un ex ragazzo fuori di testa sentii finalmente di essere a casa dopo tanti anni. Quella pisciata ebbe un senso solo per noi che c’amammo troppo, in poco tempo.

Storia delle mie case – la prima casa che mi ricordo

La prima casa che mi ricordo è una casa che non mi ricordo. Mi ricordo però che riuscivo a tenere gli occhi aperti e mi ricordo una parete di mattoni e un focolare, soprattutto delle scalinate coi gradini esageratamente alti che poi quando ci sono tornato da adulto erano persino più alti. La cosa che però mi ricordo è che per un periodo  mi è sembrato strano entrare in quella casa: mi pareva una casa di un’altra epoca storica, un’epoca grigia, marrone e verdastra. E’ un sacco di tempo, infatti, che non ci torno, mi capitava sempre di provare una strana emozione di malinconia ed irrecuperabilità e perciò ci ho dormito una volta di nuovo quando avrò avuto dodici o tredici anni, forse di meno o forse di più, perché ci abitava mio fratello più grande, ma da allora non ci sono mai più tornato. La prima casa che mi ricordo è la casa di Via Castello, che tutti quanti chiamano a casa au castiegliu, come si dice ad Alife con la i prima di certe u ed un sacco di u (iu cielu, iu scemu che si, iu cazzu). Quelli dei paesi affianco chiamano gli alifani, oltre che cipollari, gli inglesi, perché iu suona come you, ma io non sono veramente alifano, io sono sempre stato in una terra di nessuno, tra l’essere alifano ed essere americano, tra l’essere di provincia ed essere di città, tra il restare e l’andare via, tra l’essere scostumato ed essere rigoroso, tra l’essere tutto e l’essere niente.
La prima casa che mi ricordo è la casa in cui visse per un certo periodo mio zio Fernando, il mio zio preferito che mi regalò, quando avrò avuto quattro o cinque anni, un portachiavi a forma di pesce rosso. Adesso mentre corro qui, in questa terra di nessuno che è il bordo dell’Arno (sui lungarni, ma più sotto, è una parte di Pisa alla quale quasi nessuno accede) adesso, mentre corro con accanto l’Arno, mi rendo conto quanto fosse importante quel portachiavi per lui e quanto lo fosse per me, che ero solo un bambino coi capelli gialli che a volte sentiva le paure e le gioie a tutto volume. Adesso mentre corro qui, con l’Arno accanto, rido e piango allo stesso tempo, ma questa volta, finalmente, per gioia, perché sono felice, perché solo per adesso, sono a casa e non durerà ancora a lungo, ma mentre corro, Pisa è storta, Pisa è a metà, Pisa è un pò allagata e finalmente Pisa è anche soleggiata. Arrivo fino al ponte di Mezzo e io posso vedere tutti, ma quasi nessuno può vedere me ed Entropina, quasi nessuno si rende conto che stiamo correndo ed io mi sento al centro del mondo, sono felice in questo presente, mentre su alcune case cominciano a comparire le prime biancherie per San Ranieri, per la luminara, e so che questa potrebbe essere la mia ultima luminara.
La prima casa che mi ricordo è la casa di Via Castello, la casa in cui ho vissuto quand’ero bambino, è una casa che non mi ricordo, una casa in cui ancora riuscivo a tenere gli occhi aperti e a guardare dritto nel sole, infatti di quella casa mi ricordo un’azione e cioè la mia mano che mi copre un pò lo sguardo per schermarsi e la rifrazione dei raggi del sole. In quella casa ancora riuscivo a muovere gli occhi nelle orbite senza provare nessun tipo di dolore. Erano occhi nuovi. La prima casa che mi ricordo è la casa in cui è morto mio zio Fernando ed è anche per questo che non ci sono più tornato.

Reflections on the “dafarsi”

Già che questo luogo è diventato un posto un pò più intimo di com’era nato, mi prendo il lusso di scrivere un pò di fatti miei, come si faceva all’epoca dei blog personali, quando i blog erano uno spazio anarchico, un avatar di quello che pensavamo di noi stessi e delle cose nella vita vera, che poi si è scoperto che persino la vita vera alla fine non è vita vera. Vabbè comunque era già un pò che questo laboratorio era divenuto un luogo un pò più personale, la cosa può voler dire due cose misà: o che è finita quest’esperienza o che quest’esperienza continuerà. Riflettevo sul fatto che in fondo, non è una cattiveria abbandonare un blog come pensavo qualche anno fa quando distrussi il mio primo blog fixme.wordpress.com, che ancora adesso mi mangio le mani perché vorrei leggere le cose che scriveva il me adolescente sulla musica emo e sul punk, ma anche sul gossip etc, mi ricordo che erano cose interessanti e super ispirate, senza dubbio sincere e divertite; o ancora più tardi quando ho distrutto, o semplicemente chiuso, tutti gli altri blog che mi hanno accompagnato. Quello più importante è stato senza dubbio http://www.incidenzeeco.wordpress.com che era il cestino dei miei primi amori, ma anche della prima parte della mia esperienza universitaria. E poi c’era questo laboratorio, che voleva essere anche un rifugio, ma anche un avatar, anche uno spazio, anche un viaggio, anche una cosa pò postmoderna un pò pop, anche un personaggio, ma soprattutto un modo per tenere in vita i miei sogni ed un modo per esercitarmi con il disegno, di sviluppare un pò di quella resilienza che tutti ce la menano. Ed il disegno infatti mi ha tenuto in vita e ha tenuto in vita i miei sogni mentre tentavo di far fronte a come mi sentivo: rispetto a me stesso, rispetto agli altri, rispetto a quello che io avrei dovuto fare per gli altri. Sono domande che, suppongo, non smetteremo mai di porci, sono domande che accompagnano tutta la nostra riflessione intorno all’essere umani e sono le domande che danno forma alle nostre vite. E’ veramente sensato porsele, anche quando siamo assolutamente impegnati a smantellare ogni nostro dovere, ogni nostro rapporto con il mondo, ogni nostra consapevolezza rispetto alle culture che abitiamo.
E stamattina mi sveglio e sono un pò, diciamo, malinconico, perché dietro di me c’è una scia di errori, di successi, d’intenzioni, di approssimazioni, di avventure, di spazi abitati e disabitati, di luoghi in cui sono stato e luoghi in cui vorrei tornare, di persone che ho conosciuto e che mi hanno conosciuto, riconosciuto, identificato, dimenticato, giudicato etc (si sa che le persone fanno tutto quello che vogliono della nostra persona) e ci sono anche alcune fette di noi che vengono riassorbite nel grasso della nostra anima, nelle pieghe di una coscienza più grossa che poi le risputa fuori un pò uguali a sé stesse, un pò diverse, un pò completamente cambiate, è un processo inevitabile al quale non si può far altro che arrendersi (anche se è bene far un bel pò di piagnistei e sbattere un sacco di piedi per terra e prendere tutte le droghe possibili mentre ci si arrende). E mi sono reso conto che questa malinconia è la malinconia dell’ignoto, la malinconia del cambiamento forse, quella di chi sa che qualcosa sta cambiando e che un equilibrio sta per essere dissolto.
E quindi mi faccio delle domande sul dafarsi, che sembra una lingua se lo scrivo tuttoaccatato, il dafarsi. Mi pare complesso “scuncicare” il futuro.

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A scunciare il futuro, mi sento come Arale quando colpisce la cacca con il suo bastone

Mi pare anche una cosa un pò triste ed un pò divertente ed una cosa alla quale non potrò sfuggire. Per adesso perciò mi limito, molto semplicemente, a pormi questo quesito in una forma non interrogativa, in una forma che è un dubbio già in se stessa e me la pongo inevitabilmente in questo spazio magico che è il mio laboratorio, il mio luogo privato e pubblico allo stesso tempo, il posto in cui giocare e riflettere, la casa sulle cui pareti ho potuto ricominciare a scrivere come quando ero bambino, il blog più disonesto ed onesto di tutti i blog del mondo. Non è una vera e propria domanda, ma una sensazione rispetto al futuro, la sensazione di una svolta imminente, oppure forse è solo l’ora di pranzo, quello che so per certo però è che non è una questione di tempo.

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Nuovi disegnini notturni @terrazzino – godersi l’aria fresca e scunciare il futuro.

 

PS: Vi volevo dire che se vi va di ascoltare la mia voce, potete farlo qui:
https://podcasts.apple.com/it/podcast/dontfearyourfomo/id1462593159

I non propositi del mio vecchio io :: The Loneliness of the Long-Distance Runner

Ciao AMICI!
Sono in una di quelle fasi di ripulisti, riconfigurasti, individuasti, sticasti. Sono le correnti che lo chiedono ed è abbastanza difficile opporsi. Poi figuriamoci: è da una settimana che sono a letto con la febbre, quindi non c’è veramente nulla da fare, quando l’universo lo chiede in ginocchio bisogna prestargli ascolto.
Evidentemente questa grossa pausa esistenziale dalla routine e dalle cose della società voleva mettermi di fronte al fatto che tra un mese faccio i cosiddetti trent’anni. Ciao mamma!

La coming of age non finisce mai per me.
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I numerosissimi lettori del mio vecchio blog (mia madre, mio padre e la mia migliore amica) ricorderanno (senza alcun dubbio) che nella sidebar di quel vecchio reperto archeologico avevo un piccolo widget che s’intitolava I NON PROPOSITI, che è ironico se penso agli ultimi articoli spuntati su lamontagnaditwaat. Penso soprattutto a due cose:
1 che molto probabilmente sono semplicemente un criceto impazzito che gira sulla propria ruota (pace) e
2 che in fondo anche all’epoca provavo qualcosa, così come faccio adesso e così come, ormai è chiaro, continuerò/continueremo tutti quanti a fare finché morte non ci separi. Sarà una considerazione banale, ma per è una rivelazione visto che l’alieno inside of me era seriamente convinto che ogni cosa facente parte della sua visione fosse estremamente fragile e caduca.
E invece no, non solo non è così, ma anzi possiamo tranquillamente star certi che quello che siamo nelle viscere più profonde della nostra psiche non dipende veramente da noi, né dalle condizioni esterne, anzi già dirne qualcosa è praticamente fare come un cane che si morde la coda. Però insomma, questa cosa è rassicurante. Almeno per me.

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Mi sento un pò tipo Goku e Gohan quando prima di battersi con Cell decisero che gliene sbatteva il cazzo e che si sarebbero allenati senza allenarsi, ma rimanendo sempre trasformati

Dato che questo è un periodo di recollection, ma anche di una strana individuazione, (più precisamente di una riacclimatazione pacifica e tranquilla che non so bene come inquadrare) ho pensato che questa lista potesse ritornare a farci compagnia anche su questo blog, ma che probabilmente dovesse essere sottoposta ad un vaglio prima.
Questa operazione è l’equivalente di me che mi taglio le unghie dei piedi in diretta. Bello.

non propositi

Teatro barocco spagnolo e Don Chisciotte.
{questa voce è stata sbarrata già sul vecchio blog. Infatti il Don Chisciotte è tipo una cosa che ormai mi si è incrostata nell’anima. Sui rooftop con gli stranieri si può usare come argomento per attaccare bottone, ma bisogna essere minimo minimo capaci di rendere la cosa un pò pop. E’ rischioso. Il teatro barocco? Boh.}
PARTIRE, PARTIRE, PARTIRE. Questo proposito lo chiameremo: un anno di vagabondaggio per il mondo.

{Premesso che un proposito proprio da quindicenne… facciamo così… lo sbarriamo a metà. Perché in fondo il mio vagabondaggio c’è stato ed avvenuto in 2 diverse fasi. Una prima nel 2012 ed una seconda che ha coperto il 2015 ed il 2016. E’ stato diverso da come me l’ero immaginato, ma si è comunque rivelato una delle cose più fulfilling della mia esistenza sino ad ora.
Però diciamocela tutta… il proposito di vagabondare per il mondo era a dir poco… vago. Bisogna riformulare il proposito, ma non voglio essere meno romantico:

Partire, ovvero, chiudere i conti in sospeso col Portogallo e con la Spagna e con gli Stati Uniti. Destinazione finale: Burning Man Festival. La frontiera}

E se il mondo non finisce?
{Infatti non è finito. E non finirà nemmeno questa volta.}
Questo amore che fa male, lo facciamo smettere?

{E niente. Sbarrato un amore che fa male, se ne fa senza dubbio un altro}

Orson Welles
{Ti voglio bene}
Rimettersi in forma.

{Ovviamente questo non era sbarrato. Come si fa a sbarrare un proposito del genere. Per questo ho deciso di riformulare il mio non proposito con:

Piacermi di più. Si, ma state in guardia addominali.}

Mettiti una sciarpa e stai attento alle correnti di pensiero.
{Questo è sempre attuale}

Routine campana.
{Riformulo in: Consapevolezza}

 

Questi ultimi sono veramente antichi.  Perciò ci metto una pietra sopra collettiva e li riformulo.
Storia e Critica del cinema. Hai voluto la bicicletta?
Nuova montatura.
Valencia (viaggio essenziale)
E basta co ‘sto spleen
Chiudiamo i conti con Spagnolo prima della fine dell’estate.
Cortometraggio entro la fine di Maggio.
Hai tutto Agosto per fare il corto. Fanculo i concorsi, divertiti.
Invece questi mi sembrano ancora attuali e ancora da terminare
Surf
Togliere il fango
Comprare numeri mancanti di manga bomber
Vivere nonostante le intemperie

Propositi che aggiungo adesso e che considereremo in continua espansione!

Un’altra tesi. E’ l’ultima lo giuro. Te lo prometto.
Ciao Pisa e grazie per tutto il pesce.
Migliorare nel disegno. Ovvero la ragione per la quale nacque questo blog secondario.
Cat-tivi ragazzi Volume 1: Oscar
Finalmente cortometraggio? Fanculo i concorsi, fanculo i pensantoni, fanculo te, divertiti. Stavolta davvero.
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Ho voluto usare questo post come ennesimo momento contemplativo, assieme agli altri 4/5 piani contemplativi che stanno accompagnando questa mia settimana. Se è una cosa un pò arrabattata e un pò provvisoria e un pò entropica e un pò emozionale dipende soprattutto dal fatto che mi servo di questo processo per comprendere. Nient’altro. Altrimenti questo non sarebbe un laboratorio di esperimenti.

Assieme alla riflessione sulla mia personale coming of age, al mio perpetuo riformulamento di propositi (che poi… che spropositi inutili sono stati? Ci credo che non c’ho manco uno spiccio.) vi lascio con questo nuovo personaggio del fumetto su cui sto lavorando (sempre cat-tivi ragazzi). Procede lentissimo. La lentezza fa parte di me. Ma anche di questo nuovo personaggio che si chiama Michelle. Però è maschio. Fatemi sapere cosa ne pensate e nei commenti ad esempio potreste scrivermi che mi volete bene.

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Un nuovo personaggio di CAT-TIVI Ragazzi. Michelle: The Loneliness of the Long-Distance Runner

The Loneliness of the Long-Distance Runner è anche uno dei miei film preferiti.

 

 

Come smettere di preoccuparsi, il mio antidoto.

Forse l’unico antidoto a tutte le attese, la paure, i timori, le ansie, le invidie, le insicurezze, le fobie eccetera eccetera è non averne affatto: fare la propria puntata, una volta e per tutte, poi aspettare, bruciare le navi alle proprie spalle, donarsi completamente agli altri. Senza starci più a pensare, chiudere quel gap tra noi e gli altri, quel gap tra ciò che proviamo, ciò che siamo e ciò che mostriamo o che gli altri recepiscono. Spiccare un salto dal trampolino dei pensieri e lasciarsi cadere. Questo non vuol dire gettare alle ortiche la propria identità, il proprio mondo, i luoghi più segreti ed importanti della propria anima, non vuol dire sciuparsi per soddisfare le volontà degli altri; vuol dire semplicemente smetterla di preoccuparsi per se stessi, per i propri cari, invece iniziare a preoccuparsi PER tutti, nessuno escluso e mettere continuamente a repentaglio la propria vita. Questo è il mio antidoto, la mia ricetta, il patto che lega il bambino che ero all’adulto che sarò.

Avevo scritto questo pensiero un pò di tempo fa, ma non lo avevo condiviso con nessuno e questo la dice lunga su quanto sia complesso chiudere quel gap di cui parlo. Certe volte bisogna saltare ad occhi chiusi. E allora se ci faremo del male, non sarà un male, perché ce lo saremo procurato per qualcosa di più grande che noi stessi.

 

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CAT-TIVI RAGAZZI: Oscar. He jumps.

Riflessione numero 79 sull’onestà e sullo zest

Ci chiediamo un sacco quanto essere onesti, come, quando, perché, soprattutto SE |||||| esserlo. Ce lo chiediamo in particolar modo quando entriamo in modalità di lavoro per lunghi periodi ed attiviamo il pilota automatico. Ci chiediamo quanto onestamente dovremmo parlare della confusione che ci accompagna in quanto esseri umani, quanto dovremmo esporci in piazza per dire quello che pensiamo veramente. Ci chiediamo quanta parte di quello che diciamo possa essere utile agli altri e quanta parte sia solo e semplice show off. Io dal canto mio, me lo chiedo perché sono convinto che la cosa più importante siano gli intenti e perché per superare il mio personale postmodernismo ho dovuto passare per alcune fasi di consapevolezza e poi ricordarmi che siamo tutti postmoderni nel processo, ma che il nostro prodotto deve fare del bene a qualcuno. Insomma l’antidoto al postmoderno, per me, è senza dubbio l’amore, ancora meglio se universale. Il postmoderno è stato un meccanismo di difesa collettivo e forse, dico forse, è arrivato il momento di abbassare quelle barriere difensive attraverso l’onestà.

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Io vivo per i momenti di flow e non m’importa granché di null’altro: trascendere l’ambiente che mi circonda ed il tempo, gettarmi alle spalle la mia identità è la mia religione. Da sempre, dimenticarmi, è l’unica cosa che conta e ogni mio sforzo, adesso lo capisco, è sempre stato quello di accedere a quella particolare dimensione delle cose.

 

A volte capita, però, tra un momento di flow e l’altro di scordarmi che siamo solo dei bambini, insomma che lo eravamo e un pò lo siamo ancora, solo che adesso dobbiamo prenderci cura di noi stessi. Voglio dire: appena venti anni fa stavamo facendo le scorregge con le ascelle. Adesso invece ci dicono che per vivere bene dobbiamo concentrarci su quello che mangiamo, allenarci a mangiare consapevolmente, riflettere sulle nostre scelte, fare tutto per bene. Svegliarsi presto la mattina!!! e cose così.

Lacrime a fiumi.

Ovviamente in tutto ciò c’è del vero, ma insomma se non stiamo facendo le scorregge con le ascelle allora immagino ci sia qualcosa che non vada comunque. Se non ci stiamo divertendo quando facciamo qualcosa, soprattutto quando immaginiamo di farla per il nostro bene allora vi dico per certo che bisogna rimescolare le carte e ricordarci perché facciamo tutto quello che facciamo.

Vince quello che si diverte di più e riesce a rimanere in vita.

Questa riflessione non è una verità assoluta, vale adesso, vale per alcuni, vale solo certe volte,

come tutto,

ed è un pò la morale di questo mio mese di Febbraio.

 

timetopretend(1)
sì è opprimente, ma cos’’altro possiamo fare?
trovare lavori d’’ufficio e svegliarci
la mattina facendo i pendolari?